nel Nordest americano con una Dodge rosso fuoco
11 luglio – 18 settembre 2005
Un globo danzante di luce bianca, gialla e rosa, dalle traiettorie imprevedibili, chiamato Spooklight attira in certi periodi migliaia di visitatori a Quapaw, nell’Oklahoma. L’apparizione, più frequente nei mesi estivi, si verifica dalle parti della Devil’s Promenade, una scogliera a circa un miglio e mezzo a est della cittadina. I primi avvistamenti documentati risalgono al 1886, ma si racconta che Spooklight sia stata osservata dagli indiani Quapaw già a metà dell’Ottocento. I primi tentativi di spiegare scientificamente il fenomeno vennero effettuati durante la Seconda Guerra Mondiale: accantonata la teoria delle rifrazioni atmosferiche delle luci delle auto sulla vicina autostrada, in quanto Spooklight “danzava” già prima dell’era dell’automobile, fu ipotizzata la combustione spontanea di gas, come avviene per i “fuochi fatui”, visibili nelle aree paludose e nei cimiteri, e la formazione di fulmini globulari, simili ai “fuochi di Sant’Elmo” dei racconti dei marinai. Ma una spiegazione definitiva non è stata formulata, e anche se oggi le apparizioni sembrano essersi diradate (e spostate verso il Kansas), permane un alone di mistero che continua a richiamare visitatori attratti dall’idea vagamente romantica di una natura misteriosa e inspiegabile. Soprattutto Spooklight rimane qualcosa che non può essere imbottigliato, impacchettato, riprodotto in serie, venduto e comprato come gadget. E questo, in America, non è poco.
[tratto da R. Baggiani, Guida alla Route 66, Clup Guide, Città di Castello (Pg), 2000].
july 11, 2005
aeroporto di vienna
ore 10:50
gente di tutte le specie animali s’imbarca per le americhe su quest’arca di noé chiamata boeing. arabi con cappelli a serpente, rabbini dagli abiti di raso nero e le trecce alla barba, indiani bollati di rosso con le borse della spesa invece delle valigie, distinti omosessuali in cravatta, qualche ciccione dalla negra pelle, la tipica-famiglia-americana-media composta da padre con camicia a quadri e la pancetta + madre rompicoglioni + figlio maggiore con walkman totalmente isolato dal mondo + fratello minore con patatine al formaggio allegate + sorella di mezzo alienata con la smania di telefonare a qualche sua amica, due mafiosi russi con accento moscovita e sguardo napoletano, gruppo di prestanti giovani austriaci con il sogno del surf (peccato che il volo per Melbourne era all’altro gate), almeno dieci sospetti terroristi dotati di pacco bomba e coltello per sgozzare le hostess. fra le varie specie ci siamo anche noi italioti, forse gli unici a sembrare “normali”, con un gran sonno e un’oretta e mezzo di viaggio sopra le alpi ad occhi chiusi e il cellulare in mano per vedere con quale compagnia prende in austria. ad ogni modo, si riparte. si va nelle americhe anche stavolta. c’avrei mai scommesso? c’avrei scommesso la testa.
july 11, 2005
oceano atlantico
ora imprecisata
questa è una cosa spettacolare. perché per il passeggero è un’oggettiva irreale: dai minimonitor dei sedili dell’aeroplano si vede il pianeta terra. si vede quel che passa sotto i piedi, come se un finestrino si aprisse sul lato inferiore della visione. e, come ogni allargamento dei confini dell’immaginario (ovvero “la discesa” di nuove possibili immagini allo stadio del visibile) e l’evoluzione delle sue forme (ovvero la possibilità di nuovi punti di vista, di nuove forme dello sguardo), c’è l’impressione dello stupore. immagini casuali – forse per questo bellissime – di rannuvolamenti e addensamenti, le rughe dell’oceano, la sagoma dei continenti, le campiture ocra dei terreni fuori dalle città, griglie urbane, le linee rette delle autostrade, i fiori d’asfalto dei raccordi. poi, alla fine della costa meridionale di long island, ecco l’aeroporto. ma a pochi metri da terra il monitor si spegne. ma poi si riaccende e con una nuova prospettiva. stavolta infatti si vede ciò che sta di fronte all’aeroplano. si passa alla soggettiva del pilota – quindi ancora un’oggettiva irreale per il passeggero. si vede come dalla cabina di pilotaggio: la pista d’atterraggio, la linea gialla fin quasi all’orizzonte, i codici enormi sull’asfalto. e s’infrange un altro tabù visivo dello spettatore. finalmente, come in automobile, si vede dove si va. ma tanto si va solo in america, mica in america.
july 11, 2005
Jfk airport | queens, NYC
3:00pm

ed eccola di nuovo questa fottuta america. (scusate, ma dovevo dire la magica frase!). con l’aria condizionata a mille e 451 gradi faranheit appena passi la porta. dopo un atterraggio quasi spaventoso (pensieri sulla visione a parte) sono di nuovo dall’altra parte dell’oceano. ciccioni di ogni forma affollano l’aeroporto. tutti offrono taxi, ma non se ne parla. prima vado al cesso a darmi una sciacquata. poi mi fumo una sigaretta. e poi si vede. provo a telefonare a casa da uno degli apparecchi schierati in fondo all’atrio degli arrivi. parlo con cinque operatori, due uomini e tre donne, ma di fare chiamate a carico senza carta di credito non se ne parla. e allora adesso provo col cellulare. ma non so come si fa. e allora chiamo il numero che chiamo per ricaricare perché è l’unico che mi è rimasto in memoria. mi risponde ciao sono veronica posso aiutarla? ciao veronica come stai? segue inquetante silenzio. come si fa a chiamare in italì dagli stati uniti? *123*0039numerocompletodiprefissoeconlozero#. facile, come nel resto d’europa ma figurati se mi viene in mente. allora chiamo e parlo con la mammina come fossi in cortile e la mammina in salotto. e dire che a casa mia per prender campo devo andare nel cesso o schiacciarmi sotto l’armadio. un’altra volta prendo il mio trial band e vengo in connecticut per chiamare mia nonna, che sta al villaggio dei giovi.
july 12, 2005
59 alston ave | new haven, CT
8:00am

c’è questa specie di campeggio marino, coi viali in asfalto belli diritti e puliti, le case tutte uguali ma non esattamente uguali con ampio prato ben rasato di fronte, vialetto fiorito, ingresso di servizio. e pure il nome dei viali per riconoscere dove sta il tuo bungalow, perché altrimenti figurati. si sa che gli americani hanno capito male l’urbanistica romana e hanno incrociato main street e broadway street. e poi invece di far le cose un po’ storte (o a ragnatela, come la bellissima pianta di milano) così da poter riconoscere un posto dall’altro in base alla differenza, han tirato tutte linee ortogonali e tu non sai mai dove cazzo sei perché è uguale dappertutto. sta di fatto che il connecticut limo – un furgone guidato da un ispanico sull’affollata autostrada che, dopo più di un’ora ti tira fuori dalla bolgia nuiorchese – ci scarica vicino al mare, in un imprecisato megaparcheggio del centro ippico. c’è solo un taxi e ci sale qualcun altro. ma almeno faccio in tempo a dire all’autista di far venire quaggiù qualche suo collega.
july 13, 2005
whalley ave, new haven
10:30am
july 14, 2005
sterling memorial library, new haven
5:17pm

july 21st, 2005
grand central station | manhattan, NYC
10:30am
compiere venticinque anni a new york. come diceva Alan Watts, “cercare di definire te stesso è come cercare di mordersi con i propri denti”.
5th avenue | manhattan, NYC
2:00pm
da $585 a $60 in quattro minuti. provate voi a fare di meglio. in palio c’è il mio nuovo obiettivo grandangolare. prima cosa: il prezzo sulla scatola serve solo a spavenatrvi. si parte da 150 sacchi. pensamenti vari, autodiscussioni, d’accordo me lo faccia provare. il ricettatore (perché di questo si tratta sulla quinta strada di new york!) si trasforma in giocoliere delle immagini e mette il suo occhio a due centimetri dall’obiettivo e allarga le braccia e mi dice magia, si vede un angolo proprio ampio. allora metti e togli, perché naturalmente non è mica di marca. è un compatibile forse fatto in giappone che si monta sull’obiettivo di serie grazie ad un anello che funge da adattatore. metti e togli, pensaci. guardo in fondo, metto a fuoco. lo rimetto sul tavolo. e lui parte con le garanzie, e che va di notte e di giorno, e che è indistruttibile. solo che per provarmelo lo sbatte tre volte sul tavolo di vetro con inaudita violenza. checcazzo fai? gli direi volentieri se non capissero anche l’italiano, in questo retrobottega di lenti taroccate. ok, give me $100. no, non se ne parla, lasciaci pensare, ce ne andiamo, thank you, anyway. $89 e good luck dice lui quasi disperato. rimettere zaino in spalla, guardare orologio, accennare all’uscita dal negozio. ed ecco che lui dirà $70. e quando dice così allora ti fermi un attimo, tiri fuori il portafoglio, dai una sbirciata e dici non ci arrivo dovrei andare a prelevare le carte di credito non funzionano. e lui ti dice dammi quanto hai e tu dici $60 e tanti saluti.
union square | manhattan, NYC
4:00pm
attacco di bibliomania da barnes&nobles, un grande bookstore a union squadre, nel cuore di manhattan. i verdoni volan via troppo in fretta. ma ho trovato l’edizione anglo-americana di Film as Art di Arnheim e mica potevo resistere. è quella in formato poket, stampata a londra dall’università della california, con la copertina amaranto. voglio farmela autografare dal vecchio, quando scopro dove sta. di fatto, su un libro di fotografie di Petr Lindbergh intitolato Images of Women” si legge la frase: «Nothing is ever as they said it was. It’s what I’ve never seen before that I recognize», tale Diane Arbus.
hudson river | manhattan, NYC
7:30pm
provo il mio nuovo grandangolo niente meno che con lo skyline di manhattan. arrotondo la terra e l’oceano confinandole nella parte più alta o più bassa dell’inquadratura. non sono ancora pubblicabili on-line, ma l’effetto antirealistico è così potente da far impennare le potenzialità espressive. se ne riparlerà.

times square | manhattan, NYC
8:30pm
di nuovo in questa bolgia scintillante. dire che m’era rimasta in mente in bianco e nero, come le foto prese qui l’anno scorso, la sera prima del rientro in italia. ridurre tutta la gamma dei colori ad un’unica scala di grigi. come il primo cinema, così distante dalla realtà, eppure – e forse proprio per questo – così chiaramente poetico.
july 22, 2005
chapel st., new haven
7:00pm
la merica: un frigorifero largo quattromila miglia. non c’è posto d’estate in cui si possa avventurarsi senza qualcosa da mettere addosso. nei ristoranti, nelle biblioteche, nei motel, sugli autobus e sui treni, nei bar, dovunque. e tutti allegramente sbracciati e scamiciati e scollati. tutti col computer seduti ai tavoli dei locali, connessi alla rete wireless a scrivere ognuno il proprio capolavoro, con un bicchiere di cartone stracolmo di liquido nero che qui chiamano caffè. servono otto bustine di zucchero per renderlo bevibile. io preferisco guardare attraverso il vetro, il traffico tra chapel e york street, aspetto che ricominci a piovere. aria incondizionata. la vita in america è più facile da vivere che da descrivere o prevedere.
july 27, 2005
westville, new haven
6:30am

c’è questa poesia di raymond carver che si intitola Rain (si trova in where water comes togheter with other water del 1985). l’ho letta ieri sera e ora m’è venuta voglia di rivederla. Woke up this morning with / a terrific urge to lie in bed all day / and read. Fought against it for a minute. // Then looked out the windw at the rain. / And gave over. Put myself entirely / in the keep of this rainy morning. // Would I live my life over again? / Make the same unforgivable mistakes? / Yes, given half a chance. Yes. e allora mi viene voglia di pioggia. di quello stato di protezione, simile al buio quasi buio, entro cui avvolgere i pensieri. e penso: come vorrei che piovesse. ma figuriamoci, da queste parti ci sarà da aspettare l’autunno. poi sento un tuono. vado alla finestra. piove.
è come se si delineasse, mi pare, una specie di percorso sul tema della pioggia, del giovane poeta e del letto. ad esempio qui ho scoperto, per via di una raccolta intitolata The Drive-in (1986), r. s. gwynn, questi altri passaggi tratti da The three views of the young poet:
july 29, 2005
the green, new haven
9:00pm
vado al cinema sotto le stelle. danno singin’ in the rain, guarda caso. quest’idea di pioggia come di protezione e rovina.
777-7777. frammenti per un racconto. chiamo un taxi per andare al drive-in, perché non ho la macchina. pago la corsa cinematografica al tassista ammutolito. ma c’è un film sulle auto e mi sconta un tempo di tassametro. la frequenza audio del film interferisce con la radio del circuito taxi locale. beviamo root beer (perché quella vera non la danno – e lui l’avrebbe bevuta in servizio).
july 31, 2005
beinecke rare book & manuscript library, yale university
6:00pm

“your freedom and mine cannot be separated”, scrive nelson mandela su una pietra proprio vicino alla panchina su cui mi sono seduto, nella piazza antistante questo gigantesco cubo di alabastro senza finestre. all’interno, pare ci sia un altro cubo di vetro contenente libri antichi, manoscritti e rarità. sembra di entrare nella navicella di alien.
july 31, 2005
59 alston ave, third floor
12:30pm
lei legge a voce alta in inglese un racconto di raymond, student’s wife. e quando ha finito mi chiede con insistenza se ho chiuso la porta di sotto. l’hai chiusa? è chiusa, vero? l’hai chiusa o no? allora io sto per incazzarmi sto per incazzarmi e mi incazzo e le chiedo perché cavolo mai mi deve svegliare a tutti i costi, proprio ora che l’ultima corsa per il mondo dei sogni sta per partire. lei non risponde. e io la incalzo e lei non risponde e non risponde. poi out of the blue (vale a dire, improvvisamente): oddio! – grida a pieno fiato, balzando quasi in piedi sul letto. il cuore a mille. due cuori a mille. io penso a… a un ladro a qualcuno. cosa faccio? quale acuminato utensile impugnerò per preservare la mia e la di lei integrità fisica e psicologica? il cuscino? qui c’è solo il cuscino, perché io mica uso le pantofole (che in ogni caso contunderebbero di più che un grumo di piume ma di certo sarebbero comunque efficaci). ad ogni modo, lei riesce ad accendere la luce e naturalmente non c’è proprio nessuno. che diavolo ti prende? hai visto le ombre?, dico. forse è stata solo un’impressione, qualcosa nella tua testa, nei tuoi occhi. dopo l’istante in cui si spegne la luce, un flash rimane sulla retina per qualche tempo, così è normale vedere delle strisce di luce o effetti luminosi poco dopo il buio. ma lei piange e il libro e carver ci guarda dalla copertina del suo libro e lei si copre la faccia con il lembo del lenzuolo. sono una schizofrenica. sto diventando pazza. ma cosa diavolo c’è?, dico io. come un lenzuolo luminoso, spiega lei fra i singhiozzi. ho visto come un foulard al vento con dei riflessi bianchi, cangianti… è entrato dalla porta e per tre o quattro secondi è rimasto sospeso per aria, avvicinandosi ai piedi del tuo letto. io cerco di tranquillizzarla (ma figuriamoci se non credo alle visioni! – il fatto è che anche comincia ad averle ed è terrorizzata). accendo la televisione, bevi un poco d’acqua. la porta di sotto è chiusa?, mi chiede. e la porta dello sgabuzzino? e la porta della soffitta. io mi alzo dal letto e perlustro la soffitta, con qualche timore, come se le paure potessero materializzarsi. verifico da un lato, dall’altro, ma con quel senso di volubilità notturna sempre appresso: si va incontro al pericolo cercando proprio laddove qualcuno o qualcosa potrebbe nascondersi, ma in realtà si va proprio lì perché si sa che la nessuna presenza è plausibile. eppure, si ha paura, come se l’immaginario potesse realizzarsi (è l’immaginario del “lupo mannaro nell’armadio”, quando si è piccoli – non avete visto Mulholland drive di Lynch?, la scena dietro al diner, al di là del muro un mostro spaventoso esiste. insomma, tiro verso il basso l’esile corda in mezzo alla stanza con la quale si spegne la lampadina, esco dalla soffitta e sbarro la porta con una, due sedie. blocco la porta sulle scale – che si apre verso l’esterno e non ha la chiave – con il cavo di una vecchia lampada trovata proprio in soffitta, legando il pomello della maniglia alla corrimano del soppalco. torno a letto, e dormo appiccicato a lei, nonostante il caldo, ma almeno ben lontano dai piedi del mio letto, dove quel riflesso cangiante si è depositato. forse è spooklight.
il mattino seguente, lei mi chiede: esiste quel che non si vede? me lo chiedi perché hai visto qualcosa che non è possibile vedere. ma io sono sicura di aver visto qualcosa, era reale. tu credi ci abbia visto?

august 2, 2005
cross campus library, yale university
4:20pm

prima di tutto ve lo descrivo, così vi figurate il tipo. quarantacinque anni circa, ma la barba rossiccia potrebbe nasconderne quattro o cinque in meno. scarpe da tennis, calze scure, pantaloncini corti, maglietta nera (ma scolorita da troppi lavaggi) con le maniche strappate. capelli lisci, lunghi e unti d’olio, trattenuti dietro le orecchie da un cordino scuro. il prototipo perfetto dell’esiliato dagli anni settanta (e probabilmente anche da casa). insomma, questo tizio arriva alle dieci del mattino e fin quasi l’ora di chiusura (le dieci di sera) se ne sta seduto ad una delle postazioni di questa libreria di yale. internet è gratis, e nessuno viene a chiederti se sei studente regolare o faculty o staff o altro. il fatto è che mister puzzone naviga dal mattino alla sera su siti porno. ma porno porno, mica le figurine di barbie nuda. (e nessuno gli dice niente, fra i responsabili della biblioteca. libertà d’espressione, penso la chiamino, in non so quale emendamento). e lui ti controlla, quando giri la testa dal monitor della tua postazione, che ne so, per guardare verso la finestra o l’orologio, perché sospetta che stai sbirciando il monitor del suo computer. poi ogni due per tre avvia la stampante (una rumorosissima stampante ad aghi, di quelle che per stampare una riga di testo impiegano cinque minuti e il rumore somiglia a un quello di un cane a cui hai pestato una zampa). sui fogli scorgo primi piani di donne e relativa descrizione. e ogni tanto si alza, lasciando una cartelletta azzurra trasparente in cui credo conservi i vari profili stampati sulla tastiera per tenersi il posto occupato (ma non credo che nessuno voglia sedersi di fronte a un monitor con pop up piene di organi sessuali femminili di tutte le specie, forse anche specie animali) e va al cesso. voi sapete a fare cosa.
august 12, 2005
alston avenue, new haven
9:20am
di nuovo on the road. off the road. stavolta niente mostro di latta (i bus della greyhound), ma una dodge neon rossa del 2005 rossa fiammante presa a noleggio e targata connecticut. destinazione: ignota. verso detroit, di certo. e già che ci siamo anche chicago. ma passando da buffalo e le niagara. come al solito, la strada si vede solo quando ci sei addosso, e un attimo dopo scompare alle tue spalle – miglia divorate dai pneumatici.
august 12, 2005
new york state thruway, NY
3:00pm

sosta per il pranzo in un’area di servizio sulla higway 90, la new york state thruway, che attraverso lo stato e poi corre lungo il lake eire fino a chicago. sul tavolo, le mappe e un caffè “regolare”, come lo chiamano. Nessuno sa dove ci troviamo nel mondo, né siamo diretti – è un pensiero interessante. ma il fatto è che piove e sembra settembre. in questa zona vivevano indiani oneidas – leggo in un cartello a margine dell’autostrada – chiamati “people of the standing stones” (un buon nome per una cover band dei rolling stones – o dei beatles, vista la rivalità). ad ogni modo, dalle piantine apprendo che più o meno lungo il percorso dell’autostrada corre anche un canale artificiale percorribile, e con tracciato ciclabile. in effetti finora lo stato di new york sembra essere un immenso corpo fatto di alberi di cui NY city è l’emorroide.
august 12, 2005
buffalo, NY
7:30pm

buffalo è spazzata dal vento e pare una città fantasma. main street, la colonna vertebrale della città, è chiusa al traffico ed è attraversata solo da tram, con delle stazioncine e i piloni dei cavi elettrici così colorati da far sembrare tutto un gran parco giochi abbandonato. c’è un colore grigio e rosa nell’aria. In fondo a questa strada c’è già odore di canada.
august 12, 2005
buffalo drive-in, buffalo NY
9:00pm

a quanto pare quel che ho studiato è vero. questa è una memorabile serata al drive-in. per gli appassionati, solo l’insegna all’ingresso è uno spettacolo, con le sue scintillanti luci al neon riflesse sulle pozze di pioggia sul bordo della strada. è il buffalo drive-in di harlem drive e dopo aver scaricato i bagagli al primo motel è una tappa obbligata. tre schermi e due film a biglietto. ali di pollo e pop corn a volontà. e i fratelli duke di hazzard a far scompiglio col generale lee in centro ad atlanta. con annessi e connessi della particolarissima forma di fruizione cinematografica al drive-in. ci siamo capiti.
august 13, 2005
niagara falls, NY
9:00pm

nel parco prima della visita a contatto con le cascate del lato americano, scopro che di mezzo c’è ancora nikola tesla, l’inventore del sistema polifase (e del neon!). nel 1885 il suo brevetto fu acquisito dalla Westinghouse eletric & co, che nel 1891 sviluppò il tesla coil, oggi ancora usato per la televisione e la radio. Il suo sistema fu scelto per il progetto di energia elettrica per le niagara falls. detto questo, si scende verso la cave of the wind con tanto di impermeabile giallo e sandali, per non bagnarsi le scarpe. e in effetti giù tira una grande aria e al punto d’osservazione hurricane (proprio sotto la più piccola delle tre niagara) le nubi d’acqua ti si scagliano contro come liquidi schiaffi. è come una lotta contro quest’enorme caduta bianca e la sua tempesta.
august 13, 2005
niagara falls, ontario (canada)
6:00pm

state trasportando armi dagli stati uniti al canada?, mi chiedono alla frontiera. in effetti nel bagagliaio potrebbe esserci di tutto. ma la foto sul passaporto ci somiglia e nessun controllo è necessario. una volta dall’altra parte, la vista è molto più suggestiva. dal lato canadese non c’è alcun parco e la gente passeggia sul lungo-cascata, dove le nuvole d’acqua ti mantengono costantemente rinfrescato. ci si può affacciare al burrone e vedere l’acqua del lago ontario sprofondare nel vuoto. l’arcobaleno inizia la sua curva e sembra collegare il lato canadese con quello americano. ho una gran sete e voglia di tuffarmi. o di andare a sbirciare se davvero dietro alla grande cascata d’acqua c’è una caverna. e un tesoro in fondo alla caverna.
august 14, 2005
toronto, canada
6:00pm


sono le due e mezza del mattino e questo diner in una traversa di yonge street è l’unico aperto in pieno centro. la notte è viva e la città è elegante, nera, fatta gli grattacieli e luci. una new york, ma più modesta e intelligente. già l’approccio non era stato male, perché arrivando dall’autostrada si scorge il profilo di una città futuristica, con la CN tower che s’innalza come una stazione aerospaziale, fatta di vetro, aria e acqua.

august 15, 2005
AHAP | akron, ohio
1:30pm

rovistare nelle carte degli archives of history of american psychology e scoprire la calligrafia di rudolf arnheim, sbirciando sui suoi appunti.
august 14, 2005
lake eire
8 pm
sosta in una spiaggia lungo il lago eire.

august 16, 2005
kellogg st. | ann arbor, michigan
7:30pm

tutto il giorno entro il perimetro del letto con un gran mal di testa. ne approfitto, in qualche momento in cui la morsa si allenta, per leggere questo libello di de amicis acquistato a new haven per via del titolo: cinematrografo celebrale e che mi sono portato fin qui con l’intenzione di regalarlo ad armheim, se riuscirò ad andarlo a trovare nella casa di riposo dove vive, qui ad ann arbor. ho scoperto un de amicis “minimo” (una da budella, per intenderci, più che di cuore). nel racconto intitolato come la raccolta si narra di un uomo che rimane da solo in casa per tre ore, in attesa che moglie e figlie rincasino da teatro. tre ore da solo con sé stesso e col proprio pensiero. comincia il cinema delle immagini mentali e dei ricordi e delle libere (obbligate) associazioni. pensieri bizzarri, pensieri sconci, pensieri drammatici. è un “cinematografo celebrale”, un vero e proprio schermo immaginario su cui passano personaggi più o meno reali. poi ad un tratto trovo questa citazione dal francese: l’uomo è incomprensibile quando lo si vuole conoscere nei suoi più piccoli pensieri. e allora mi vien voglia d’aria, si rinfrescare l’occlusione che mi opprime. è pomeriggio, in michigan. scosto le tende e spalanco le finestre. a mia insaputa, piove a dirotto. poi, come dopo ogni temporale, si può uscire a raccogliere i brani d’aria che la pioggia non ha tagliato. e capita d’imbattersi nelle fattorie di ann arbor, sulle colline fuori dalla città.
august 18, 2005
glacier hill retirement community | ann arbor, michigan
7:30pm
stanza #224. rudolf arnheim è disteso nel suo letto, ma non sta dormendo. il suo corpo è minuto, a forma di conca sul materasso, con una coperta blu coi bordi rossi sulle gambe. i suoi occhi socchiusi cominciano ad aprirsi e mettono a fuoco i nostri volti. è un onore incontrarla, professore…
august 19, 2005
detroit, michigan
7:30pm

a comerica park, in pieno centro a detroit, i tigers stanno stracciando i blue jays di toronto. è il secondo inning, ma due homerun dei locali fanno già capire come finirà l’incontro. migliaia di ameri-cani divorano hot-dog e preferiscono guardare il maxi schermo con scintillanti pubblicità piuttosto che il campo. laggiù, sul diamante, una ventina di omini obesi vestiti di bianco e di grigio stanno fermi aspettando non so cosa. ogni tanto uno scaglia una pallina e un altro cerca di colpirla con una mazza di legno. ma non ci riesce quasi mai. ecco, questa cosa qui la chiamano baseball. almeno dal terzo anello, mentre il sole scompare oltre i fari dello stadio, si vedono i grattacieli della città immergersi nel buio della notte.
august 20, 2005
university of michigan, ann arbor
3:00pm

lascio la verde ann arbor ed è un peccato. anche perché si stava bene nelle biblioteche della university of michigan. gli scaffali qui sono ad accesso libero e hanno un’aria meno sinistra, non come a yale (e non è l’unica differenza, visto l’anello di gentaccia che circonda new haven, contro questa specie di paradiso verde mare – new haven del resto subisce l’influenza della tentacolare new york). salgo all’ultimo piano della libreria e sfoglio qualche libro in uno dei gabbiotti lungo il perimetro dell’edificio, in completa solitudine e silenzio, con vista dall’alto sulla città. tra poco di nuovo una striscia grigio asfalto sulle colline e le nuvole del cielo del michigan. i pneumatici della neon rossa asciugheranno le pozze di pioggia lungo la strada. si va ancora ad ovest, verso il lago michigan e verso chicago.
august 21, 2005
lincoln avenue | chicago, illinois
1:00am

a cercare un motel sui viali attorno alla città, dopo averla costeggiata lungo il lakeshore drive, il viale spettacolare che divide il lago (ma sembra davvero il mare) e i grattacieli. ci sarebbe da scrivere una guida sull’easy-travelling, almeno negli stati uniti, dove basta schioccare le dita e ti ritrovi con tutto quello che ti serve (tranne quello che ti serve per davvero). a qualsiasi ora del giorno o della notte, senza esser mai stati prima sul posto e senza aver la minima idea di dove andare a dormire, anche se si tratta di una grande città, nessuna agitazione. guidate col braccio appena fuori dalla portiera, sigaretta in bocca, radio sintonizzata sulla migliore stazione locale. ad un incrocio qualsiasi, non troppo in centro, fermatevi a far benzina e acquistate una pianta della città e dintorni. al primo parcheggio, mollate l’auto ed entrate in un buon diner-pub per la cena. dopo la pappa, chiedete al banco le pagine gialle (o andatevele a prendere dove stanno i telefoni) e recatevi alla voce “motel”. lasciate stare le inserzioni a colori o quelle troppo visibili (chi spende di più in pubblicità chiede quei soldi indietro). dopo una rapida occhiata individuerete certamente due o tre strade su cui si trova il maggior numero di motel. dopo il caffè, rimontate in auto e godetevi le luci della città, sino ad una della strade di cui sopra. vedrete che prima o poi, una dietro l’altra, cominciano ad apparire le insegne al neon dei motel. evitate quelli esplicitamente (ma mai troppo) riservati alle porcherie. ad esempio, il primo incontrato qui a chicago su lincoln avenue: sotto l’insegna si trova anche la dicitura “free movie” e potete immaginare di che genere si tratta (eppoi basta guardare quel tizio messicano ciccione con troppi peli sulla faccia che esce da una delle camere con quattro lenzuola luride in mano e notare che le auto nel parcheggio sono troppo poche). procede nella stessa direzione e attendere il prossimo motel. bisogna avere naso per scegliere quello giusto, e può capitare che gli indiani della situazione gestiscano l’esercizio in maniera davvero pessima (una volta dentro vi chiederete se le lenzuola e gli asciugamani sono stati sostituiti e perché ci sono tre televisioni di cui neppure uno funziona e perché quei cavi della corrente sono scoperti e perché i comodini sono divorati da qualche insetto). se avete troppa paura o troppo sonno, ascoltate un cretino, andate dritti al motel 6, fuori città ma mai troppo. tra gli standard motel è quello coi prezzi più bassi e il servizio è ottimo. tra i 40 e i 70 sacchi a notte, per due persone con un cesso come si deve, letto comodo, free coffee e disponibilità lavatrici. e in alcuni c’è pure la piscina.
august 21, 2005
chicago, illinois
museum of contemporary art

al museo di arte contemporanea della città scopro questo dan favin e una sua retrospettiva con le luci al neon. sfrutta il pavimento e le pareti, integrazione spazi espositivi/opera. a proposito di spazi, la scala interna sul lato nord dell’edificio (di josef paul kleihues, a forma di mandorla, è decisamente interessante – si potrebbe fare un percorso, pensavo, all’interno del cinema, solo passando dalle scale: m il mostro di düsserdolf, vertigo – la donna che visse due volte, e chissà quanti altri). scopro che il colore rosso al neon non esiste. per avere il rosso si può solo dipingere la lampada, ma la luce dentro è bianca. la mia pelle invece diventa verdastra dopo pochi istanti vicino a una luce verde.

museum of contemporary photography
al museo di fotografia contemporanea invece l’unica cosa interessante è borderlands di eirik johnson, rassegna di posti alquanto insignificanti delle periferie americane, bordi, appunto, margini emarginati. Forse non è molto, ma vedo quest’effetto particolare sull’acqua del lago mi viene il dubbio. la superficie è come un campo uniforme, come di ghiaccio o di neve. e poi ancora acque che scende da una fontana di rocce che pare stoffa, anzi pare cellophane, senza schizzi, come un velo trasparente. e allora indago cercando nei particolari. e capisco che si tratta di foto a lunga esposizione ma alla luce del giorno (la luce radiale che proviene da quei due lampioni tradisce la lunghezza del tempo di otturazione). così però anche l’ondeggiare delle sterpaglie e i petali dei fiori sgualciti dal vento dà l’idea di un movimento lento e continuo, come di una sfumatura o un’increspatura negli oggetti, nel loro impossibile rapporto con lo scorrere del tempo. è la solita questione: esiste il tempo dove nessuno è presente, dove nessuno vive quel tempo. cosa accade ai luoghi quando nessuno è nei paraggi. ad ogni modo, gli effetti migliori si ottengono applicando la tecnica alle superfici liquide. all’acqua. a mutare è la consistenza della materia.

august 21, 2005
john hancock’s center, | chicago, illinois
1:00pm

dal 96° piano del grattacielo bruno a forma trapezioidale di chicago (è il john hancock’s center), la vista sullo spettacolo pirotecnico aereo che proprio oggi si svolge nel cielo sopra la città è ottima. e da quassù c’è d’aver paura perché i quattro biplani rossi che giocano tra loro e disegnano la loro scia sullo sfondo blu intenso dell’aria non sono così lontani da qui. questa sembra essere una gran bella città. la gente è assiepata sul lungo lago per vedere anche le acrobazie di caccia e il rombo è quasi insopportabile.
august 22, 2005
michigan ave. | chicago, illinois


august 21, 2005
chicago, illinois

serata blues come si deve ieri sera a chicago, nel famoso locale che a caso si chiama the blues, così piccolo e fumoso (anche in illinois si può) c’è chico e la sua banda che il funky lo suona davvero da dio. lui fa le smorfie alla jimi hendrix e ci manca solo che si metta a suonare un solo di chitarra con i denti. questa è la seconda birra, perché la prima andata col fatto che in questo stato c’è un altro fuso orario e senza saperlo il mio mondo è rimasto con un’ora d’anticipo fino a che un tipo sospetto davanti al locale – il titolare – mi ha convinto del fatto che fossero le nove, non le dieci. poi c’è addirittura mama, la nera cicciona dell’occasione che ha una voce formidabile e canta sweet home chicago e manda tutti al diavolo. ci-cago di notte, avrebbe detto pierino durante la lezione di geografia, con una tazza del cesso in miniatura e una candela accesa in mano.


august 22, 2005
I-90 east, indiana
2:00am

c’è come una concentrazione di pensieri nel viaggiare di notte, in silenzio. mentre viaggiamo, un viaggio passa attraverso noi. un viaggio ci viaggia. sosta in due o tre aree di servizio, il sapore del caffè, il traffico notturno che risale l’autostrada, la musica alla radio. poi notte al motel 6 lungo la strada, perché cleveland è davvero troppo lontana ed è meglio affrontare la cosa domani. ancora negli occhi, l’indiana, tutto fatto di nuvole e nuvoloni, gonfi in un cielo che pare affondare in un orizzonte lontanissimo. molto più lontano del breve orizzonte europeo (forse solo in olanda, o certe zone della francia del nord). l’autostrada corre lungo il confine del michigan, dritta verso est. si comincia a rientrare verso casa, se il connecticut può esser definito una casa. queste nuvole sono bianche e migliaia di mostri e di volti e profili di oggetti si contano scrutando le loro forme. io vedo donne curvilinee e draghi sputafuoco, una mano chiusa e una motocicletta in curva col motore rombante. c’è un segreto nelle nuvole. forse più che nei sogni. sull’esempio delle nubi – ho scritto una volta – tutto avviene / a un centimetro dal sole / anche accadere ha una ragione segreta / dentro la linea che segna la pioggia.
august 23, 2005
cleveland, ohio
12:00pm

[francesca]
cleveland, un posto dove andare non è per niente necessario. se vi capita di passare di lì, fate giusto una sosta nella zona The flat, se è sera. altrimenti tirate dritto, a meno che proprio non vogliate buttar via soldi alla rock ‘n’ roll hall of fame. Insomma, tutte le città americane cominciano a sembrarmi la stessa città. autostrade sopraelevate ai perimetri del centro, quattro grattacieli a delimitare il quartiere finanziario, una broadway street che fa meno schifo delle altre e tanti ciccioni sparsi in giro. questo viaggio lungo la costa dei laghi aggiunge solo un lato con tant’acqua in cui prima o poi la città sarà immersa. a cleveland c’è una sola differenza. Una volta dentro, uscirci è impossibile. così ci impiego più di un’ora e non so quante miglia e che spreco di benzina a cercar di beccare l’autostrada giusta (e subito dopo lo svincolo giusto e subito dopo la tangenziale giusta e subito dopo il ponte giusto e subito dopo la congiunzione giusta). l’autoradio sputa una musica inquietante (una cosa quasi classica, ma un po’ fantastica, ideale per una città che cambia la propria forma nel momento stesso in cui la stai attraversando, così da imprigionarti al suo interno e non permetterti di trovare la via d’uscita).
august 23, 2005
pittsburgh, pensylvania
5:00pm

fu proprio vicino a pittsburgh, nel 1904, l’apertura del primo teatro convenzionale del cinema. ora ci siamo. pittsburgh è una città. incastonata fra le colline, proprio dove il fiume si divide in due, sembra confermare che la pensilvanya è un paradiso, rispetto a quello schifo di ohio. quando giungo in città è quasi sera, il museo di andy wharol (nato proprio qui a pittsburgh) ha appena chiuso, mentre lo stadio di baseball comincia a riempirsi per la partita. tutto sembra esser perfetto, non fosse per un pranzo (alle sei di sera – sono i miei orari) in un locale gay. accorgersi dell’errore non è stato immediato, perché c’erano sia uomini, sia donne e gli abbracci omosessuali sono arrivati un po’ più tardi. pare quasi che i discriminati siano gli eterosessuali. allora meglio finire questa piadina lesbica in fretta e abbandonare la pista. fuori il sole tramonta sui ponti di ferro tinto di giallo che circondano il centro. i sobborghi si sviluppano oltre le colline e lungo la riva del fiume. su penn avenue, un poco fuori dal centro, il paesggio suburbano non è male, con i palazzi di downtown laggiù in fondo e qualche buona locanda.
august 24, 2005
carson st. | pittsburgh, pensylvania
12:00pm

finalmente si mangia. troviamo questo diner anni cinquanta a sulla riva sud del fiume aperto 24 ore su 24 con tanto di cameriera esperta che ti riempie la tazza di caffé non appena hai bevuto un sorso. si chiama tom’s diner e arriva una cena da giganti, roba da star male. eppoi si può anche fumare. quasi coffee and cigarettes di jarmusch. domattina si già che mi aspetta un breakfast tradizionale da de luca’s, in penn street. bacon, eggs, potatoes, pane imburrato, una bella tazza di caffé e il giornale fresco di stampa.
august 24, 2005
the andy wharol museum | pittsburgh, pensylvania
4:00pm
all’andy wharol museum mi fermo e penso: cosa c’è che non va? manca un elemento che connette forma (talvolta qui assente), contenuto (tavolta troppo “concettuale”, anche per essere un concetto) e significato (o più semplicemente, un messaggio, anche minimalista o concettuale, da comunicare). quello che manca è una performatività dello sguardo. non è uno sguardo poetico. ho sto sviluppato quest’idea, soprattutto con le mie speculazioni sul cinema e sulla fotografia. l’etimologia di “poesia” ha a che fare con il fare, l’agire. è quasi qualcosa di pragmatico, che ha a che fare con l’esperienza. dunque, io dico, lo sguardo poetico (lo sguardo dell’artista, ma anche quello spettatore) è uno sguardo capace di agire sulla realtà, uno sguardo poietico. uno sguardo che permette di prendere la realtà e tramutarla in qualcosa con un senso superiore (talvolta solo con un senso). ecco, nel caso di certa merda chiamata arte, mi viene il dubbio che qualcosa sia andato storto in questo procedimento. non basta guardare per fare l’artista. bisogna agire guardando.
august 24, 2005
cumberland, maryland
8:00pm
cena western – ma siamo nel “near-east” – in questo paesino sperduto sulle colline appachi a cento miglia da washingotn, raggiunto lungo la route 40 in mezzo a boschi e parchi naturaliche un giorno fecero da teatro alla guerra civile. la strada è rettilinea e si arrampica sulla collina, per poi cadere quasi a picco sull’altro dorso, in un continuo saliscendi. i piccoli paesi, sulle strade storiche parallele alle interstate, conservano quel clima tradizionale delle piccole comunità: così si cena mentre due ragazzi suonano country e blues in piazza. cumberland, non so dove quasi al confine tra pensylvania, maryland e virginia.
august 25, 2005
washington, d.c.
4:45pm

arnheim scriveva in continuazione. agli archives of american art, nello smithsonian institute sulla 9th strada, sbircio fra le sue carte, contenute in nove scatoloni. arnheim scriveva in continuazione, con diversi registri ma sempre con lo stesso stile. il diario personale del suo periodo italiano, fra il 1933 e il 1938 però è in tedesco. come gli altri in inglese, è pieno di appunti e riflessioni su argomenti di vario genere, come se ci fosse un filo rosso in tutte le vicende quotidiane e come se osservasse ogni fenomeno con la stesso attenzione “psicologica”. somiglia un po’ a questo diario.
august 25, 2005
georgetown | washington, d.c.
9:00pm

quando sono arrivato a washington, ieri notte quasi mi ha impressionato la monumentalità delle strade, con file di palazzi bianchi e grigi e la totale assenza di bar o negozi. di grattacieli nessuna traccia. l’edificio più alto doveva essere il campidoglio e in effetti ad ogni incrocio sbuca la cupola. nonostante questo orientarsi stavolta è difficile e quasi mi sembra di essere a madrid, disorientato ad ogni rotatoria. non c’è un’anima e applicare il metodo pagine gialle potrebbe essere un problema. allora motel 6ex anche stavolta e buona notte. se ne riparla domani. e infatti la vita a washington di sera si trasferisce a georgetown, su M street, a nord-ovest della città.
august 26, 2005
130 north, new jersey
11:45pm

sulla 130 north, subito dopo aver attraversato il franklin bridge che unisce pensilvanya e new jersey, mentre cerco un diavolo di motel, mi ritrovo incastonato in un ingorgo gigantesco. auto da ogni lato, neri con musica hip-hop a palla, bianchi ciccioni con almeno 48 ore di autonomia visto il numero di hot-dog e minchiate varie nell’abitacolo, vecchie con gli occhiali a fondo di bottiglia che ti chiedi cosa diavolo ci fanno a mezzanotte da queste parti e così via. io almeno mi godo una stazione rock decisamente buona e mi rollo una sigaretta. e grazie a dio che le auto americane hanno il cambio automatico e il pedale della frizione nemmeno esiste e quando sei in coda non è una tortura per caviglie e polpacci (e nervi). ad ogni modo, si vedono delle luci in fondo, forse un incidente. si procede davvero lentamente, proprio ogni tanto. ad un tratto c’è una riduzione di corsia e poco più avanti di un’altra ancora. così da tre file ne rimane una, con un sacco di gente stufa e incazzata. ma di incidenti,neppure una traccia. d’un tratto vedo un cartello, sulla strada: sobriety check point. a quanto pare i polizzioti più intelligenti della contea, preferiscono creare un gran casino per vedere se c’è qualcuno ubriaco. sta di fatto che quando sono di fronte al posto di blocco non mi caga nessuno e così si ricomincia finalmente a scorrere. magari ho anche due birre in circolo ma fa niente, era giusto per rompervi le palle.
august 27, 2005
camden, new jersey
philadelphia si ferma di qua dal fiume. di là c’è camden NJ, la città del primo drive-in della storia. il drive-in fu inventato, all’inizio degli anni trenta, da un giovane di nome richard m. hollingshead, responsabile delle vendite nell’azienda di proprietà del padre. iniziò a sperimentare la possibilità di avvicinare le due più grandi invenzioni del secolo, automobile e cinema, consapevole di un dato culturale indiscutibile: automobile e cinema sarebbero state le ultime cose cui l’americano medio avrebbe rinunciato, anche in periodi di crisi economica. hollingshead aveva intuito con chiarezza che il cinema non era un passatempo facilmente fruibile dalle famiglie: i ragazzi frequentavano i “matinee”, mentre gli adulti vi si recavano la sera, con relativo abito. ma il venerdì sera, dopo una faticosa settimana di lavoro, papà non aveva molta voglia di mettersi in ghingheri e mamma doveva trovare una baby-sitter. e poi c’era il problema del parcheggio, poiché i cinema erano tutti lungo main street, con scarse opportunità di sosta. l’idea era di creare un cinema all’aperto dove fosse possibile godersi lo spettacolo comodamente seduti nella propria auto: si potevano portare i bambini in pigiama, papà non era costretto a vestirsi da sera e mamma non doveva trovare una baby-sitter.
i primi esperimenti ebbero luogo nel viale d’accesso dell’abitazione di famiglia nel new jersey. hollingshead montò un proiettore kodak sul tettuccio della propria automobile e un grande telo tra due alberi come schermo, vi sistemò dietro una radio e iniziò a testare l’invenzione. dopo vari tentativi, hollingshead riuscì a individuare le giuste distanza, angolature e inclinazioni delle auto che consentivano una perfetta visibilità da qualunque posizione. il drive-in theater era finalmente una realtà, e il 16 maggio 1933 hollingshead ottenne il brevetto e soltanto tre giorni più tardi, insieme ad altri tre investitori suoi parenti diede il via alla costruzione del primo drive-in theater a camden, inaugurato dopo tre settimane e una spesa di trentamila dollari. il prezzo di ammissione era 25 cent per l’auto e per ciascun occupante fino a un massimo di un dollaro.
il resto lo fecero gli effetti della domanda di divertimento delle famiglie del baby-boom, alla ricerca di praticità e informalità, e anche l’alto gradimento dei teenager, che nel buio e nell’isolamento dell’auto scoprivano la possibilità di imitare le scene romantiche proiettate sugli schermi.
august 27, 2005
philadelphia, pensylvania
4:00pm

scopro una philadelphia davvero bella, con interi isolati fatti di piccoli vialetti e bei negozi. sembra quasi l’olanda, anche se i grattacieli sono davvero vicini. è molto diversa da come la ricordavo l’anno scorso, nella breve sosta dal pullman della greyhound. forse perché la stazione dei bus è in piena chinatown e qui ogni zona della città è molto diversa dalle altre. sui muri, un po’ ovunque, si incontrano enormi murales colorati. pochi minuti fa è capitato di nuovo di entrare in un locale per gay. ma stavolta l’ho capito subito – anche perché una decina di per così dire “uomini” baffuti si sono fermati e voltati verso di noi non appena superato l’ingresso. ok, grazie e arrivederci. ho girato i tacchi e tanti saluti. bevo un caffè in walnut street e 12th, nel city center, e guardo la città passare. inizia a piovere e non sembra voglia smettere. così la corsa per andare a prendere la macchina (ormai sono alla quarta multa per aver sforato l’orario massimo di parcheggio – anche se in realtà con una macchina a noleggio non so bene chi paga) si trasforma in una di quelle corse liberatorie, un po’ come all’hurricane point alle cascate del niagara. non pensavo in america potesse piovere tanto.

august 28, 2005
I-95 north | newark, new jersey
10:30pm

c’è come una vicenda legata alla pioggia e alle nuvole che m’accompagna da quando sono approdato in america. new haven non è esattamente un nuovo paradiso, ma la mediocrità dei luoghi somiglia, dal punto di vista estetico (ma la mia è un’esetica istintiva, nulla di scientifico), all’ordinarietà, alla ferialità. e la ferialità, io credo, da un punto di vista che chiamo “poetico”, ha il suo segno materiale (ma è una materia così liquida) nella pioggia. e qui ha piovuto spesso. il mio viaggio di tremilamiglia nel nord-est, che si è concluso qualche giorno fa, era cominciato con i canali e i piccoli laghi naturali dello stato di new york. poi le cascate del niagara e la regione dei laghi, con i grattacieli di toronto, detroit, chicago affacciati sull’acqua nera dei laghi erie, ontario e michigan. pittsburgh sorge dove il fiume si separa in due tronconi, dunque su tre fiumi. e anche philadelphia ha piovuto. a newark, in new jersey, a poche miglia da new york city, una nuvola color ruggine sovrastava la città come una specie di aureola. o come una maledizione.

september 1, 2005
new haven, connecticut
poi katrina è arrivata. un ciclone con il nome di puttana. e io l’ho scampata perché sono a nord e il ciclone ha sterminato la costa del golfo del messco, gettando in un irreparabile povertà chi già era povero geneticamente. ora ho scoperto dove è andata a finire tutta quell’acqua. katrina, e adesso è tutto una latrina. chissà che fine ha fatto dave, il tizio di baton rouge, lousiana, che è stato qui dove sto io fino a qualche settimana fa e che passava tutto il giorno in camera sua a bere duro e suonare il banjo.
come un ombrello chiuso sotto la pioggia. ovvero, l’immaginario della catastrofe.
september 7, 2005
new haven, connecticut


september 10, 2005
connecticut river, connecticut
ora mi appare una ragione impossibile, ma l’acqua continua a scendere (e già cominciano a parlare di un nuovo ciclone). ora che ci penso, già prima di partire ne avevo il sentore, per via di alcune letture di autori cari, oppure incontrati casualmente. where water comes together with other water e ultramarine di carver o gwynn nel suo libro intitolato drive-in. quest’immagine ricorrente del giovane poeta nel letto, al mattino, mentre fuori piove. preferisce restare avvolto nelle nubi dei pensieri grigi e protettivi delle giornate di pioggia.
ora c’è l’acqua del connecticut river e l’acqua del hudson sound, fra la costa e long island, e l’acqua dell’hammonasset state park e questi paesini immersi nel verde, un paradiso di pace e di noia, mi pare per ricchi o per scrittori. ma qualche scorcio è interessante, fra essex, old saybrook, deep river, holdlyme.
september 11, 2005
boston, massachussets

vedo cambridge e mi chiedo perché sono finito in quel postaccio chiamato new haven. ad harvard dovevo venire a scrivere questa benedetta tesi.
september 14, 2005
moma, NYC
1:00pm

al museum of contemporary art, per gli amici moma, c’è quest’opera di tale jaret cardiff. si intitola the forty-part motet e non è altro che quaranta colonnine disposte in cerchio in un’ampia stanza al quarto piano dalle quali fuoriesce il suono di un mottetto. ci si siede nel mezzo della stanza e si ascoltano le voci del coro mentre la loro provenienza ruota casualmente attorno al circolo degli speaker. gli occhi non occorrono, è arte per le orecchie, sempre che sia arte. non c’è niente da vedere e le orecchie cominciano a pensare come gli occhi. si scorgono le forme (i più creativi ci sentono pure i colori). nei musei, penso, la parte visiva ha il sopravvento: guardare paradossalmente è il senso meno attivo (guardare e non toccare, proprio così). toccare, gustare e tanto meno annusare sono possibilità pressoché escluse per il visitatore. l’acusticità si salva in questa maniera, togliendo la pornografia dello sguardo. esiste una psicanalisi dell’udito? io sono persuaso che le immagini per gli occhi e le immagini mentali vadano considerate sullo stesso piano (di realtà). allora cosa vedono i ciechi? quale dimensione ha la loro memoria, con una percezione di un mondo che esiste attraverso nei sensi deboli? morire, per loro, dev’essere come riaprire gli occhi per sempre.

september 14, 2005
times square | new york city, NY
9:00pm

sono rimasto solo a new york city. e dall’aeroporto prendo un treno nel queens e la metropolitana che striscia sotto brooklin, attraversa l’hudson e piomba a manhattan stracolma di gente e di ridicoli spettacoli ambulanti, pur di mettersi qualche centesimo in tasca. in un cinema con ventuno sale a times square (che un cinema di per sé) danno broken flowers e io realizzo che jim jarmusch aveva un disperato bisogno di soldi. così l’arte se ne’è andata nel cesso. quando esco vago sotto i grattacieli della 43rd in abito notturno con la stessa faccia di bill murray, immobile, inespressiva e imperscrutabile. di nascosto scolo una budwiseer sulla strada di fronte a grand central terminal, tra una folla col braccio in aria in cerca di un taxi. perdo il treno per fumare una sigaretta, scatto foto in bianco e nero nel posto più illuminato e colorato del pianeta.
september 17, 2005
yale university | new haven, ct
7:00pm

quando ophelia arriva io mi vesto da amleto e vaneggio in giro per la città. la bilbioteca sta per chiudere e si sentono alcuni boati. poi appena fuori comincia a diluviare. tutti corrono a ripararsi, mentre i lampi illuminano la piazza di fronte alla sterling memorial library come flash fotografici. ma è solo la coda dell’occhio del ciclone e per la prima volta sul serio sotto la pioggia, anche new haven mi sembra degna di esistere.
september 18, 2005
manhattan, NYC




18 commenti
Feed dei commenti di questo articolo
agosto 26, 2008 a 8:20 pm
utente anonimo
Il vero mistero del mondo e’ cio’ che si vede e non l’invisibile.
Oscar Wilde
agosto 26, 2008 a 8:21 pm
Adriano
caro Oscar Wilde,
l’invisibile di cui parlo io è l’impercettibile del visibile, non qualcosa che semplicemente non esiste poiché non è dato alla vista. l’invisibile è ciò che rende il visibile degno dello sguardo.
ad ogni modo, grazie per l’annotazione fenomenologica.
a.
agosto 26, 2008 a 8:22 pm
utente anonimo
Caro Oscar Wilde,
il confine tra due fontiere del visibile è raramente visibile (R. Debray). Certo tu non lo vedi.
agosto 26, 2008 a 8:23 pm
utente anonimo
Forse non è stata capita la mia citazione voleva essere semplicemente un elogio al viaggio e in particolare a quello che sta affrontando adriano.
Non c’è bisogno di scavare in quello che sta dietro alla frase.
E nemmeno di cercare di dire quello che io vedo o non vedo perchè solo io posso saperlo.
agosto 26, 2008 a 8:24 pm
utente anonimo
Non ho davvero il tempo per farlo!
In ogni caso anche io sono affascinata dal Mistero visibile del mondo. E credo anche che la realtà abbia una sua oggettività. Perchè volersi convincere del contrario?
agosto 26, 2008 a 8:25 pm
Lorenzo
nice to meet you again!
Allora finalmentesi muove qualcosa…
comunque volevo darti un info di servizio, linka il garbogeradrive al tuo sito e di alla fra di inviare l’indirizzo ai suoi amici e sopratutto alle sue amiche presenti e non alla performance del 9 luglio, abbiamo lanciato un sondaggio ed abbiamo bisogno di contatti!!
Tienici aggiornati sui tuoi prelavaggi e sulle centrifughe!
a presto
Picchio
agosto 26, 2008 a 8:25 pm
Bruno
Tutto bene nel seminterrato?
B
agosto 26, 2008 a 8:26 pm
Lorenzo
Comunque se in america riesci a vedere qualcosa di invisibile fagli una foto così quando torni me la fai non-vedere anche a me!!
picchio.
agosto 26, 2008 a 8:26 pm
utente anonimo
Beh…finche si limita a guardarli, certi siti, in biblioteca. Pensa se decidesse di usare la liberta’ di espressione in altro modo, e non di certo alla toilette….. :p
agosto 26, 2008 a 8:27 pm
LabbraDiBurro
dove hai svanito l’ombra di mattia pascal?
agosto 26, 2008 a 8:29 pm
Adriano
l’identità si è sciolta lungo il bacio. mettile in frigo quando te le sfili, le labbra.
a.
agosto 26, 2008 a 8:30 pm
LabbraDiBurro
…ce la farò a leggerti tutto…
agosto 26, 2008 a 8:30 pm
Kreuzberghdl
Spero di avercelo questo coraggio…ma negli States ci vivi o ci sei solo di passaggio?
agosto 26, 2008 a 8:30 pm
Adriano
come i cicloni, ci sono solo di passaggio.
a.
agosto 26, 2008 a 8:31 pm
Kreuzberghdl
I cicloni…bel disastro…tra l’altro ho pure un’amica a New Orleans…vorrei solo sapere perchè gli uragani devono quasi sempre ricevere nomi femminili.
Mi incuriosisce quello che hai in mente, e anche quello che stai facendo…un lavoro che mette insieme due tra le mie più grandi passioni, il cinema e il tedesco.
Ma che lavoro fai esattamente?
Se hai bisogno di qualche traduzione mi offro volentieri…basta che tu mi faccia sapere.
Sono tue le foto sul blog?Sono davvero eccezionali…la prima (o l’ultima pubblicata…vedila come vuoi, perchè da buona amante di Pirandello so benissimo che la realtà lascia spazio a molteplici interpetzioni) mi ricorda un immagine di Berlino che ho ancora fissa nella memoria…
Anche tu mi trovi sul mio blog…sempre intenta a dar voce ai miei pensieri attraverso le parole dei grandi poeti tedeschi…
agosto 26, 2008 a 8:31 pm
Bruno
Mi intrufolo anche io nella conversazione e mi unisco alla domanda: Ma conti di tornare a casa o metti radici nella terra a stelle e striscie? La chitarrista e il cantante piangono giorno e notte senza di te…..
B.
agosto 26, 2008 a 8:32 pm
Francesca
cogli occhi affianco ai tuoi…
grazie del bellissimo regalo!
agosto 26, 2008 a 8:35 pm
utente anonimo
sintetico e stupendo